Archive for September, 2013

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045 2001-08-26, Sansepolcro, Giuliana, la fiera ciacciaia alla Festa di San Rocco.

September 19, 2013
Giuliana, la ciacciaia.

Giuliana, la ciacciaia.

Ero a Firenze ed il mio lavoro, almeno per il momento, era finito; sarei potuto rimanere per alcuni giorni prima di ricominciare ma all’improvviso mi venne una gran voglia d’andare a Sansepocro. Paolo Massi mi venne a prendere ad Arezzo.

“Hai fatto bene a tornare, indovina che c’è oggi? La Festa di San Rocco!”

La Festa di San Rocco con tutti i suoi giochi era la festa più agognata della mia infanzia, ero pieno di ricordi.

Nel pomeriggio siamo andati al giardino Pier della Francesca e la prima persona che ho incontrato, e sembrava che aspettasse proprio me, era la Giuliana del Barna. Mi venne incontro sorridente e nel suo inconfodibile Borghese mi disse:

“Ecco ‘na ciaccia fritta per te, ‘n’America mica te le fanno! E perchè si’ te, manco te la faccio paghere.”

La Giuliana è vera, è sincera, è autentica.

Ho appreso con gioia che quest’anno ha ricevuto il dovuto riconoscimento alla gran festa di “Veglia che s’arbei”. In più di seicento l’anno applauidita.

Fra i miei ricordi c’è anche quello d’averla incontrata a New York, penso fosse 1992, quando lei guidava un gruppo di turisti nostrani. Immaginate la conversazione in Borghese con lei e Rotolò, che cercava di mangiare del cibo con gli stecchetti, in un ristorante cinese. Indimenticabile!

 

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044 1964-05 Stazione d’Arezzo, balestrieri in trasferta.

September 17, 2013

 

Balestrieri di Sansepolcro in trasferta, stazione dArezzo

Balestrieri di Sansepolcro in trasferta, stazione d’Arezzo

Nel maggio 1964, di certo grazie agli “agganci” di Alberto Droandi, i Balestrieri di Sansepolcro assieme agli Sbandieratori d’Arezzo, furono invitati alla Cavalcata Sarda a Sassari, Arezzo Roma in treno e poi in aereo da Roma ad Alghero, il primo volo per tutti noi,

Droandi, allora direttore dell’Ente Provinciale del Turismo d’Arezzo, aveva scoperto che i balestriere (Sansepolcro) e gli sbandieratori (Arezzo) assieme ben rappresentavano la provincia. In realtà non sarebbe stato facile portare in giro per il mondo i cavalieri ed il buratto della Giostra del Saracino.

Quelli erano ancora i tempi in cui quando si viaggiava era “d’obbligo” il vestito della domenica; era importante presentarsi bene, giacca e cravatta eran mandatori, come il fazzoletto bianco nel taschino. Era impensabile mettersi jeans od una tuta da ginnastica. Quando poi anni dopo sono entrato all’Alitalia, secondo i regolamenti interni, ho scoperto che c’era uno specifico regolamento di come vestirsi quando noi dipendenti si viaggiava, per gli uomini sempre giacca e cravatta e no jeans e per le donne era raccomandato di indossare la gonna. Questo regolamento per quanto ne sappia io era in vigore fino alla metà degli anni ’90.

Nel 1964 a Roma si poteva fare il check-in per volo direttamente alla Stazione Termini consegnando il bagaglio e prendere la carta d’imbarco; con l’autobus Alitalia poi s’andava a Fiumicino e si procedeva direttamente all’uscita per il volo, nessun controllo di sicurezza o presentazione di documento d’identità. Altri tempi.   

                                                                                                                                            da sinistra: Romero Parronchi, Beppe Giorni, Francesco Franceschini, Bruno Galardi, Leonardo  Selvi, Umberto Selvi, Athos Chimenti.

 

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041 2013-09-15 La Madanna di Senigallia al MFA, Boston.

September 16, 2013
La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca in visita al MFA di Boston

La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca in visita al MFA di Boston

Certo questa non è la migliore riproduzione della Madonna di Senigallia di Piero della Francesca esposta al MFA (Museum of Fine Art) di Boston. Si trova di meglio nell’internet. Importante per me è il fatto che sono stato io a scattare la fato, nessuna proibizione.

Quando entrando nella sala semiscura la luminosa immagine della Madonna, che inondava tutto l’ambiente con il suo piefrascescano splendore, mi ha colto di sorpresa. Anche se la conoscevo mi ha trovato impreparato e mi son commosso. Non è stata un’esperienza mistica, d’impovviso mi ha fatto ricordare mio padre. Dopo più di cinquant’anni me parso di risentire la sua voce. Fu proprio con lui (penso fosse il 1956-57), durante uno dei nostri freguenti girovagare domenicali, che andai ad Urbino. Visitammo il Palazzo Ducale e per la prima volta vidi questa Madonna di Piero.

La storia non finisce quì, ci furono altre consequenze a questo incontro.

A quei tempi, a seguito dell’enorme successo del programma “Lascia o Raddoppia”, un po’ dovunque ci furono iniziative di giochi a quiz. Ne venne organizzato uno anche a Sansepolcro al Cinema Aurora, condotto da un conosciuto professore (?) di Città di Castello. Ricordo che il giovanissimo Luigi (Enrico per me) Falasconi vinse un premio, era un super esperto di storia. Fra i vari giochi ce n’era uno in cui si proiettava sulla schermo l’immagine d’un’opera d’arte e il pubblico veniva invitato ad identificare l’opera, l’autore e dove si trovava. Mi eccitai quando comparve l’immagine di questa Madonna:

“Ma quella la conosco!” e mi misi in fila per dire la mia. La fila era lunga ed io continuavo a sperare che nessuno lo sapesse. E fu proprio cosi. Dopo una lunga serie di risposte incorrette venne il mio turno:

“La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca nel Palazzo Ducale d’Urbino!”

“Bravo!” seguito da applausi e sopratutto una banconota da 5.000 lire. Una fortuna nel 1957. Sapevo cosa volevo. Il mi’ babbo mi diede 500 lire ed il giorno dopo andai da Livi a comprare la mia prima macchina fotografica, 5.500 lire per una Comet (?).

E tutto grazie a questa Madonna, un miracolo?  ed ora è arrivata a trovarmi a Boston, a poche centinaia di metri dall’Ercole di Piero.

Il mio interesse nella fotografia nacque proprio allora, e forse l’ho trasmesso a mia figlia Tanya che ha cominciato a scattar foto e venire in camera oscura con me sin da quando aveva cinqu’anni ed oggi è fotografa professionista.

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42 2013-08-05 ”a nos enfants morts pour la patrie.” cimitero di Narbonne,

September 10, 2013
cimitero di Narbonne, sacrario della Grande Guerra

cimitero di Narbonne, sacrario della Grande Guerra

Questa è la tipica frase che in Francia si trova scolpita nel marmo dei monumenti e nelle lapidi che ricordano i soldati caduti nella Grande Guerra (1914-’18).

E il povero Cachochinchin del 67e B.T.S (Battaillon Tirailleurs Sénégalais) è morto meno di due mesi prime della fine della guerra non pour la patrie, ma pour la France. Gli fa compagnia Ahmed ben Belkacem, un semplice traveller colonial, era forse uno di quelli che scavava le trincee? In tutto ho contato 24 lapidi mussulmane; la scritta nella lapide in arabo, che non conosco, è probabilmente il primo verso del Corano. Ma come sono andati a morire cosi lontano da casa loro? Immagino che la risposta sia semplice: una paga miserabile, ma sempre meglio di quella che potevano sperare nel loro paese, un paio di scarpe, un pasto assicurato e la promessa d’una pensione. Per quanto ne sappia la promessa è stata mantenuta.

 

Triste, neanche la consolazione d’esser eroi morti per la patrie, forse non sapevano neanche dove fosse la Francia.

 

Spesso, durante i miei viaggi sono andato a visitare cimiteri, nell’isola di Bali ho anche assistito ad una cremazione. A suo tempo pubblicai una foto delle catacombe dei Cappuccini di Palermo. Si può imparare molto d’una società osservando come seppelisce e ricorda i propri cari.  

Questa volta sono andato al cimitero di Narbonne per assistere alla dispersioni delle ceneri di Roland, il mio suocero francese, quando ho scoperto che da una parte c’era questo memoriale, strano, almeno mille kilometri dal fronte.

 

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