Archive for April, 2012

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028 2010-08-12 Parigi, il beato Ranieri é volato al Louvre

April 30, 2012

il beato Ranieri al Louvre

Questa volta quando sono entrato al Louvre sapevo cosa volevo vedere: il Beato Ranieri del Sassetta. La mia era una visita mirata ed ho facilmente trovato la galleria che cercavo. Non l’avevo mai visto, anzi fino a non molto tempo prima non sapevo che esistesse.

I dazzi, le gabelle non si pagano!     

Questo riquadro del Sassetta era originariemente nella predella del polittico con i miracoli del Beato che si trovava nella chiesa di San Francesco a Borgo Sansepolcro, prima che questo fosse venduto e fatto a pezzi. Non so come sia arrivata al Louvre. 

Nel riquadro si racconta la storia di 90 poveri del Borgo  che si rifiutarono di pagare le tesse. I governanti di Firenze spedirono il bargello per arrestare i colpevoli e li tradussero a Firenze nelle infami carceri delle Stinche. I prigionieri pregarono con tanta fervore il Beato Ranieri che questo volò da Sansepolcro a Firenze (come Superman), sfondò il muro liberandoli tutti.

Viva il Beato Ranieri, precursore della teologia della liberazione.

Attenti al Vaticano, lì spesso non sono d’accordo con questo tipo d’iniziative in opposizione al potere dei potenti.

Una volta c’era il rischio di finire sul rogo come eretico.

Forse proprio per questo rimase solo un beato e non lo fecero mai santo. 

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028 2009-08-13 Parigi, la tartaruga e la salamandra.

April 29, 2012

la tartaruga e la salamandra

Il treno che parte da Garre  Saint Lazarre impiega circa venti minuti per arrivare a Chaville, due o tre fermate prima di Versailles. A sera é sempre pieno di gente silenziosa, dalla faccia stanca, che torna a casa dopo una giornata di lavoro. Non ci sono turisti.

Una sera d’estate, quando a Parigi il sole tramonta tardissimo ma solo perché hanno deciso d’uniformare l’ora al fuso orario di Roma, ho preso questo treno. Tranquillo al mio posto leggevo un libro quando da sopra il bordo della pagina, guardando verso il basso, ho notato i piedi di chi s’era seduta davanti a me.  Ma chi era quella che s’era fatta tatuare una tartaruga ed una salamandra proprio sul dorso dei piedi? L’ho guardata con un timido sorriso e lei mi ha risposto con il suo. Era una donna dal volto aperto e dalla capigliatura lunga, piena e castana e di una bellezza sicura di chi sta quasi per lasciare la freschezza della gioventú ma non é ancora sfiorita. Non ho parlato e ho fatto finta di continuare a leggere anche se cercavo di studiarla, di capire chi fosse, il perché di quella cicatrice sulla caviglia destra, ma cosa portava in quel gran borsone? É rimasta in treno quando io sono sceso a Chaville, le ho sorriso e lei mi ha sorriso.

La sera dopo, alla stessa ora, ho preso lo stesso treno ed ero già seduto quando l’ho vista entrare. Lei é venuta a sedersi davanti a me, anche se c’erano tanti posti vuoti, una coincidenza?  Questa volta mi ha salutato con sorriso aperto dicendomi “Bonjour!” É stato l’inizio d’una breve conversazione, breve per il viaggio e per il mio francese approssimato. Le ho chiesto dei suoi tatuaggi e le ho anche chiesto se ne aveva altri nascosti, che non vedevo, e lei ha risposto di si. E quando le ho chiesto che cosa fossero e dov’erano ha risposto solo con uno sguardo malizioso, come volesse dire: indovina!

Solo pochi minuti prima d’arrivare alla mia stazione notai i suoi orecchini, sembravano d’argento e rappresentavano due numeri intrecciati: 69. Ma chi era?

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027 1970-2009 Val Tiberina, i covoni diventono rulloni.

April 28, 2012

“Quando matura ‘l greno,

a fa’ l’amor ‘ntul fieno,

la meno ‘ntu la meno,

‘l core ‘ntul core!”

Quando i nostri vecchi (in particolare quelli d’Aboca) cantavano questa canzoncina voleva dire che a parte far l’amore si dovava andare anche a mietere il grano.

Ed anche se gli strumenti potevano esser cambiati il rituale rimaneva immutato da secoli. E se il raccolto era buono era un momento di gran gioia, non ci sarebbe stata la carestia.

Ancora nel 1970, dopo aver falciato il grano si facevano la manne, ed io non ho mai imparato a farle bene, le mie si slegavano subito. Poi con queste si facevano i covoni come si vedono ben allineati nel campo. Poi si portava tutto nell’aia per  la battitura, almeno come veniva ancora chiamata in casa mia, anche se era ormai un termine incorretto, infatti era diventata la trebbiatura. Io la vera battitura con i pali non l’ho mai vista, me l’hanno solo raccontata.

Poi sono andato via.

Ed un’estate al mio ritorno, ma non ricordo quando, le manne non c’erano piú, trovai i rulloni e con l’avvento di questi erano spariti anche i pagliai, che per secoli erano stati l’orgoglio del podere.

Nella valle fanno feste per ricordare e salvare i rituali antichi, e questo é bello. Mi piace rivedere il pagliaio grasso con la bandiera che sventola dal mitulo: le tradizione vanno salvate, sopratutto le tagliatelle col sugo d’oca. 

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027 1993-12 New York, Central Park d’inverno

April 27, 2012

Central Park d'inverno

Central Park é il polmone di Manhattan, un gran rettangolo verde pieno di grandi alberi e di prati, con strade e sentieri che si incrociano in tutte le direzioni, sempre pieni, tempo permettendo, di ciclisti, di pattinatori e di gente che corre.

Scattai questa foto invernale dall’alto d’uno degli alti palazzi che lo circondano.

Per un breve periodo ho vissuto in un appartamento non lantano dal parco e ogni occasione era buona per andarci a fare una passeggiata.

In uno dei laghetti si posson noleggiare barche che sembran vasche da bagno, ma per i romantici ci sono anche delle vere gondole con tanto di gondoliere con la cannottiera a striscie e cappello di paglia. Mi domando se ci sono ancora, é da tanto che non ci vado.

In estate ci sono grandi concerti offerti gratis al pubblico, ricordo una volta venne anche Pavarotti.

Poi ci sono quelli che suonano, che improvvisano concerti di tutti i tipi. Una domenica pomeriggio d’estate sentii un suono differente, profondo e misterioso e quando mi sono avvicinato ho trovato una bella ragazza dall’abito lungo nero che suonava un controfagotto, con tanto di leggio per la musica.

Sparpagliati lungo i viali ci sono monumenti, spesso dedicati a personaggi meno conosciuti al gran pubblico. Forse fui uno dei pochi che ritrovandomi davanti un gran busto marmoreo di Giuseppe Mazzini non ebbe problemi nel riconescerlo. Ma chi avrà pagato per erigerlo? Forse posso immaginarlo.

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027 2007-07-22 Egitto, entro la tomba di Chefren

April 26, 2012

nella camera funeraria di Chefren

Questa volta sono arrivato in ritardo e non é la prima volta.

Giovanni Belzoni é arrivato prima di me, molto prima: per l’esattezza il 2 marzo del 1818. Fra non molto celebreremo il bicentenario. Certo preso dall’euforia della sua scoperta prese della vernice, un pennellone e a lettere cubitali si autoimmortalò sul muro. Credo che sia l’unico caso nella storia in cui un grafito venga conservato come fosse un’opera d’arte. E pensare che quando ci sono arrivato io era proibito perfino fare fotografie. Ho poi scoperto che questa era solo una scusa per convincere il facilmente corruttibile guardiano della camera mortuaria segreta, all’interno della piramide di Chefren a Giza. Questi, dopo aver incassato il suo bashish, si é allontanato in un altra stanza.          

Ma chi era Giovanni Belzoni? Un padovano dal fisico gigantesco ch’era finito prima a Londra e poi in Egitto per evitare la leva obbligatoria che Napoleone aveva imposto nelle regioni conquistate.  Oltre ad essere un renitente alla leva divenne uno dei pionieri dell’archeologia egiziana.

I miei grandi eroi sono gli esploratori ed i grandi viaggiatori e Belzoni é uno di questi. Fu lui ad entrare per primo nel tempio di Abu Sinbel. Dopo incredibili avventure mori ingloriosamente di dissenteria: cercava d’essere il primo a raggiungere Timbuctu.

Ci dovrei scrivere una storia. 

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027 1978-05 Sansepolcro, Ceppo (Mario Foni)

April 25, 2012

Ceppo (Mario Foni)Quando ho pubblicato questa foto del Ceppo, che aveva anche un nome ed un cognome (Mario, non proprio, Foni), nel sito “Per chi ama Sansepolcro” ci sono stati molti interventi di tanti che l’hanno conosciuto.  Grazie a tutti! Ce lo aveto fatto sentire vicino.

Ceppo era il figlio della Silvia e con lei aveva un negozio di fiori, e dato che commerciava anche in tartufi l’odore di questi permeava l’ambiente. Lui era l’unico che preparava corone di fiori al tartufo per i funerali.

Questa é un’antologia di alcuni commenti ricevuti che voglio conservare nel mio blog:

Luigi:   I fiori non cogliteli dal greppo, ma comprateli da Ceppo.

Giovanni:   Al ristorante chiese le tagliatelle: “Mi raccomando al dente!” e al cameriere che sorrideva avendo notato l’assenza di denti: “Sambudello! Che volivi che te li chiedessi ala gengiva?”

Rosanna:   Poi non si chiamava Mario all’anagrafe era stato registrato come Luigi, parole dela sua sorella.

Cristina:   Aveva decine e decine di cesti di vimini attaccati penzoloni dal soffito, entrò una signora e gli chiese se aveva un cestino di vimini e lui guardando in alto le rispose: me dispeci l’ho finiti !

Vania:   Io amavo Ceppo… una persona di una bontà e dolcezza infinita, almeno con me . Lui mi regalava sempre un fiore quando passavo a trovarlo e io gli portavo qualche sughetto che apprezzava..e poi il mio primo gatto e’ stato un suo regalo

Valentina:   Alla mia mamma che non voleva comprarmi un pesce rosso per le fiere: “comprignine, tanto moiono!”

Simona:   Ceppo era fratello di latte di mia nonna (precisamente della sorella più piccola). Amava i ravioli della nonna e quando lo invitavamo non diceva mai di no, per tutto il pranzo domenicale ci raccontava le sue storielle, compresa quella della dentiera… Che ridere!!!

Silvano:   Grande giocatore di scala 40, è lui chi mi ha insegnato questo gioco quando si frequentava gli Sbalzati…

Marco:   l’unico problema era ricordargli di mettere il cip al poker… se ne dimenticava sempre…da cui il detto: Mario metti il cip ogni volta che qualcuno si dimenticava di pagare la sua quota.

Giovanni:  Alora: Ceppo e me sembra Dino ma ‘nso sicuro ordinano al ristorante:
“A me me porti prima le taglietalle pu’ la bistecca a lui prima la bistecca e pu’ le tagliatelle” Il cameriere: “ma non posso portare prima le tagliatelle e dopo la bistecca?” “Ma noe, c’emo ‘na dentiera sola, così facemo a turno per mangiere la bistecca.”

Franco:   Credo di aver conosciuto molto bene Ceppo Nanni de la Silvia, se la giornata era grigia e buia con lui tornava il sole. Quando se ne e’ andato in silenzio senza disturbare nessuno come era nel suo stile ho pianto perche’ con lui se ne andava via la luce, l’allegria, il sapere stare assieme con semplicita’ e spensieratezza nonostante tutti i problemi da affrontare ogni giorno. Ciao Ceppo, rimarrai sempre nel mio cuore…

Bernardo:  Sentita da Mario:”sono Lalla e vengo da Siena”…. “piacere Ceppo Sansepolcro”.

Giuliana:   Lo ricordo bene anch’io completamente sdentato e con questi mazzi di fiori enormi da consegnare a domicilio! un personaggio connaturato nel paesaggio biturgense.

Giovanni:   Sai che Ceppo era sempre con i cetti de la Borghesia Borghese e gli fu presentata questa ragazza carina ma un po’ come se dici con la puzza sotto il naso. Molto educatamente lei “Molto lieta Lalla da Siena” e Mario “Io Ceppo dal Borgo!”

 Moh devo trovare una foto del suo grande amico Dino Pagelli. 

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026 2007-04-19 Tucson, Arizona, le tre palme.

April 24, 2012

tre palme a Tucson

In Arizona non ci sono solo tre palme, anzi ce ne sono tantissime come ci sono tantissimi cactus.

A me le palme piacciono molto, mi affascinano, forse tutto cominciò con quelle due davanti alla casa del Vannini (?) fuori Porta del Catello, a Sansepolcro. Queste mi facevano sognare terre lontane, misteriose, tutte da scoprire. Qualcuno m’aveva detto che le avevano portate dalla Libia e probabilmente era stato proprio mio padre quando ero bambino; lui in Libia c’era stato e mi ripeteva spesso una frase ch’aveva sentito dire da un arabo:

“Chi pianta una palma non mangia datteri.”

Le palme crescono lentamente, oppure non crescono proprio per niente, come nel mio caso. Si, io ho provato varie volte a piantarle, ma senza successo. A Siwa, un oasi nel deserto occidendentale dell’Egitto vicino alla Libia, mangiai tanti datteri ed ogni volta mettevo in tasca i noccioli. Sperato forse d’avere il mio palmeto? Si!

Riuscii a farne germinare due o tre, che poi miseramente morirono dopo poco tempo.

L’estate scorsa ci riprovai con delle piantine riportate dalla Puglia, ma queste forse erano state troppo in valigia ed eran già morte quando le ripiantai.

Non mi scoraggio facilmente, son sicuro che ci riproverò, anche se so che non vivo in un clima tropicale.

Oh, mi dimenticavo. A suo tempo ho cercato di piantare senza successo anche dei semi di baobab! No comments!